La legge di Happosai, ovvero con papi si vola
Ciao a tutti, chi è della mia generazione si ricorderà bene di un personaggio che compariva nei fumetti e nell’anime di Rumiko Takahashi “Ranma 1/2″: Happosai. Era un arzillo vecchietto, molto basso ma potente, la cui maggiore peculiarità era quella di non poter resistere alle belle ragazze e faceva di tutto per poterle toccare e rubare la loro biancheria intima. Ebbene, anche noi abbiamo un personaggio che gli somiglia davvero molto. Ma andiamo con ordine.
Il 30 Maggio 2009 la Procura della Repubblica di Roma ha disposto, su richiesta dell’Onorevole Avvocato dell’Imperatore Niccolò Ghedini, di parecchie foto scattate di nascosto nella residenza di Villa Certosa. Secondo le prime indiscrezioni si tratta di foto di una festa di capodanno. Col passare delle ore la cosa si fa sempre più interessante. Si comincia a sentir parlare di ragazze in bikini e in topless, di scene saffiche sotto le docce, del ex presidente ceco Mirek Topolanek come mamma lo ha fatto. E fin qui è, secondo alcuni, solo gossip. Ad un certo punto si comincia ad uscire dal area gossip ed ad entrare nell’area pubblica. Viene fuori che tra le foto, ce ne sono alcune, successivamente rese pubbliche, che ritraggono il menestrello privato dell’Imperatore, tale Apicella, e un numero non precisato di ragazze, tutti destinati ad allietare le sue giornate sarde dell’Imperatore. Queste persone non sono ritratte all’interno di Villa Certosa, ma all’aeroporto di Olbia, mentre scendono da un aereo di Stato. Bisogna sapere che fino all’agosto 2008 i voli di Stato erano riservati alle alte cariche (per lui si faceva un’eccezione) ed ai ministri e al loro staff. Questo, se vi ricordate, in seguito al famoso Gran Premio di Formula 1 di Monza del 2007 in cui Clemente Mastella, allora Guardasigilli, portò con se il figlio Elio. Fino allo scorso Agosto, appunto. Sì perché, secondo un’inchiesta dell’Espresso da cui ho preso il sottotitolo di questo post, Pletorico da Arcore ha cambiato quella norma ed ora utilizza i voli di Stato per qualsiasi cosa, anche portare alla sua reggia gallurese le cortigiane. A casa mia questo si chiama peculato, in particolare di peculato d’uso, ovvero l’Imperatore fa gli affari suoi, come lui stesso ha dichiarato si tratta della sua vita privata, con i soldi nostri. Da Wikipedia.it: “Il comma 2 dell’art. 314 del Codice Penale prevede l’ipotesi del cosiddetto “peculato d’uso”: tale fattispecie si configura quando l’agente si appropria della cosa al solo scopo di farne uso momentaneo e, dopo tale uso, la restituisce immediatamente. [...]. La pena per il peculato d’uso è la reclusione da 6 mesi a 3 anni.”
Come nel cartone animato, il nostro Happosilvio fa qualunque cosa per avere le sue donnine con se, anche cancellarsi un reato penale (come se fosse la prima volta, vedi falso in bilancio) varando la legge di Happosai. Infatti Ghedini, lo scorso 3 Giugno, dichiara a Repubblica: “Sono certo che l’inchiesta verrà archiviata. Il fascicolo potrebbe essere anche chiuso prima di essere inviato al Tribunale dei Ministri. Anche nel caso in cui, per scrupolo, i pm ritenessero di dover disporre accertamenti e dover iscrivere d’ ufficio il premier, per abuso d’ ufficio o peculato, ritengo che il fascicolo sarebbe archiviato come già successo per altri casi valutati dal Tribunale dei Ministri”. E noi qua a parlare di crisi, di fabbriche che chiudono, di cassa integrazione e di precariato. Sapete che vi dico? Quasi quasi espatrio…






Carissimo,
naturalmente il video che mi ripromettevo di gustare è stato prontamente censurato…come un mio commento, neanche tanto feroce su BERTOLASO che, fu pubblicato e dopo pochi minuti rimosso dalla rete, eppure non conteneva nè giudizi al vetriolo, come quelli apparsi successivamente su tutta la stampa nazionale, nè opinioni che potessero anche lontanamente apparire diffamanti, infatti, mi chiedevo come mai uno della Sua età senta il bisogno di andare in giro vestito da boy scout, una mise che lo fa rassomigliare ad una mariapiafanfani delle disgrazie nazionali. Attendo seconda censura.
gerry di masi